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Troppe volte il dibattito politico italiano è inficiato da mancanza di informazioni e/o da informazioni falsate, per questo vi proponiamo una minima documentazione. Il dibattito e l’iniziativa politica del PD in materia proseguono e si svolgerà anche un incontro nazionale dei Sindaci di molte città, da cui usciranno utili riflessioni per portare ad una iniziativa rispettosa dei diritti di bambine e bambini e delle loro famiglie, ma anche delle sensibilità etiche che trovano espressione nella società e nel PD.

Cosa è il Regolamento europeo sulla filiazione

Il Regolamento europeo sulla filiazione e per la creazione di un certificato unico in materia è “uno strumento per la tutela dei diritti dei minorenni” ha detto Carla Garlatti, la Garante per l’infanzia e l’adolescenza, durante la sua audizione presso la Commissione politiche dell’Unione europea al Senato. 

“Viviamo in un’epoca nella quale è aumentata la circolazione dei cittadini europei all’interno dell’Europa. Assieme ad essa deve essere garantita la circolazione dei diritti dei minorenni, in particolare quelli ad avere una famiglia, un’identità e a non essere discriminati per le condizioni dei genitori o per la loro nascita” dice Carla Garlatti a margine dell’audizione. “Come Autorità italiana sono tenuta a occuparmi dei bambini presenti a qualsiasi titolo sul territorio italiano a prescindere dal resto. È in questa ottica che mi sono posta la domanda se il regolamento e le conseguenze pratiche della sua applicazione in Italia siano compatibili con i diritti dell’infanzia”.  “La proposta di Regolamento europeo non si occupa di diritto di famiglia interno, che resta di esclusiva competenza dello Stato italiano. Si preoccupa, invece, di chiarire gli aspetti relativi a quali norme applicare per l’accertamento e il riconoscimento della filiazione sul piano transnazionale. E questo, a mio giudizio, lo fa nel pieno rispetto della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, in particolare del principio che a prevalere debba essere l’interesse del minore”. “Inoltre – prosegue Garlatti – la proposta europea intende introdurre il ‘certificato europeo di filiazione’. Questo certificato non agevola, come qualcuno teme, il ricorso alla pratica della maternità surrogata. Infatti, esso non comporta un riconoscimento automatico della paternità o della maternità, un automatismo che nel nostro ordinamento è impedito dalla contrarietà all’ordine pubblico. Il divieto non fa differenze: riguarda tanto le coppie omoaffettive quanto quelle eteroaffettive. Il Regolamento, tuttavia, non si discosta da ciò che a livello interno è stato affermato dalla giurisprudenza, compresa quella costituzionale, allo scopo di garantire comunque la tutela del minore nato da maternità surrogata. La giurisprudenza prevede infatti il ricorso all’istituto dell’‘adozione in casi particolari’ che attualmente, secondo la Corte costituzionale e la Suprema Corte, è in grado di offrire un’adeguata tutela al minore. Minore sul quale – è bene ricordarlo – non devono ricadere le conseguenze delle scelte dei genitori”.

La proposta vuole chiarire e uniformare le norme da applicare per l’accertamento e il riconoscimento della filiazione sul piano transnazionale, andando così a eliminare qualunque discriminazione tra bambini nati da coppie eterogenitoriali e omogenitoriali o adottati. In altre parole la Commissione vuole garantire che “la genitorialità stabilita in uno Stato membro” venga “riconosciuta in ogni altro Stato membro, senza alcuna procedura speciale”. Una disposizione volta a tutelare l’interesse superiore dei minorenni e i loro diritti, compreso quello di libera circolazione per “tutti i tipi di famiglie” che, per qualunque motivazione, debbano spostarsi da uno stato all’altro.

Tutela dei diritti dei figli

Attualmente gli Stati membri hanno legislazioni diverse sulla competenza, la legge applicabile e il riconoscimento in materia di filiazione, il che potrebbe creare ostacoli giuridici per le famiglie che si trovano in situazioni transfrontaliere. Per ottenere il riconoscimento della filiazione le famiglie devono talvolta avviare procedimenti amministrativi o anche giudiziari, che sono lunghi e costosi e possono avere risultati incerti. La proposta mira pertanto a tutelare i diritti fondamentali dei figli, a garantire la certezza del diritto per le famiglie e a ridurre i costi e gli oneri processuali che gravano sulle famiglie e sui sistemi amministrativi e giudiziari degli Stati membri.

Tra i principali elementi della proposta:

  • designazione della competenza: la proposta determina le autorità giurisdizionali degli Stati membri competenti in materia di filiazione, garantendo l’interesse superiore del minore;
  • designazione della legge applicabile: la legge applicabile all’accertamento della filiazione dovrebbe essere di norma quella dello Stato di residenza abituale di colei che partorisce. Qualora tale norma comporti l’accertamento della filiazione nei confronti di un solo genitore, opzioni alternative garantiscono che la filiazione possa essere accertata per entrambi i genitori;
  • norme per il riconoscimento della filiazione: la proposta prevede il riconoscimento delle decisioni giudiziarie e degli atti pubblici che accertano o forniscono prove dell’accertamento della filiazione. Di norma, la filiazione accertata in uno Stato membro dovrebbe essere riconosciuta in tutti gli altri Stati membri, senza alcuna procedura particolare;
  • creazione di un certificato europeo di filiazione: i figli (o i loro rappresentanti legali) possono richiederlo allo Stato membro che ha accertato la filiazione e utilizzarlo come prova della filiazione in tutti gli altri Stati membri. La Commissione propone un modello armonizzato, comune a tutta l’UE. L’uso del certificato sarebbe facoltativo per le famiglie, che però avrebbero il diritto di richiederlo e di ottenerne l’accettazione in tutta l’UE.

La proposta integrerà altre norme UE di diritto internazionale privato su materie quali la successione. Non armonizza il diritto sostanziale di famiglia, che rimane di competenza degli Stati membri.

Cosa non prevede il Regolamento

Come sottolineato dalla Garante, il regolamento non si occupa di modificare il diritto di famiglia interno ai paesi, che resta di competenza esclusiva dello Stato. Si propone invece di semplificare le procedure in grado di assicurare il riconoscimento dei diritti civili delle persone minorenni, sanciti da uno Stato membro, in tutti gli altri paesi dell’Unione europea, a prescindere da chi siano i genitori.

Inoltre, il certificato europeo di filiazione non va ad agevolare, come sostiene la destra, il ricorso alla pratica della maternità surrogata, perché non comporta un riconoscimento automatico della paternità o della maternità. Al contrario, il Regolamento segue quanto già previsto dal nostro ordinamento a riguardo, che afferma la necessità di garantire comunque la tutela dei minori nati da maternità surrogata, prevedendo il ricorso all’adozione.

Come si è schierata l’Italia

L’Italia, nella veste del governo Meloni, ostacola questo strumento, sostenendo come vada a invalidare il diritto italiano in materia di maternità surrogata. Ma, come già detto, il certificato di filiazione non prevede né un riconoscimento automatico di paternità e maternità, né costituirebbe una trascrizione automatica nell’anagrafe italiana. Si tratterebbe piuttosto di una specie di carta di identità europea del minore, per garantirgli l’accesso ai suoi diritti civili e sociali, anche se in uno Stato europeo il suo status di figlio o figlia non risulti tale. Pertanto, risulta chiaro come l’opposizione della destra non riguardi veramente la questione della maternità surrogata, quanto la possibilità concreta delle coppie omogenitoriali di poter avere figli che vengano riconosciuti come tali, senza necessità di procedure speciali e in grado di poter beneficiare dei diritti conferiti a livello nazionale.

Il Senato italiano ha votato contro il nuovo regolamento della Commissione europea per armonizzare le norme sul riconoscimento transfrontaliero dei figli, anche di coppie omosessuali o nati grazie alla maternità surrogata, e dei loro diritti in tutta l’Ue. In commissione Politiche europee è passato, grazie ai voti della maggioranza, un testo proposto da Fratelli d’Italia. La votazione contro il ‘certificato europeo di filiazione’ proposto da Bruxelles, era necessario affinché “non venga bypassato il divieto di maternità surrogata vigente in Italia”, ha dichiarato il senatore di FdI, Marco Scurria, segretario della commissione Politiche europee. La risoluzione votata oggi “ribadisce la nostra netta contrarietà a queste pratiche inaccettabili”, hanno detto i senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri e Pierantonio Zanettin.

Ma il regolamento della Commissione aprirebbe davvero alla maternità surrogata nel nostro Paese? Che cosa dice la proposta della Commissione? Innanzitutto va detto che il voto del Senato non ha un vero e proprio valore legislativo, ma è piuttosto un indirizzo che il nostro Parlamento dà al governo, per suggerirgli come deve comportarsi rispetto a un testo che è ancora in discussione in sede Ue, e che quindi dovrà passare al vaglio del Consiglio Ue. Qui la sua approvazione sarà piuttosto difficile, in quanto c’è bisogno dell’unanimità per il via libera, e tra i contrari non c’è solo l’Italia, ma anche Paesi con altri governi di destra e vicini a quello di Giorgia Meloni come la Polonia e l’Ungheria. 

Entrando nello specifico del testo del regolamento, questo non richiede agli Stati di riconoscere alle coppie gay il diritto di adottare bambini né tanto meno obbliga a riconoscere la pratica della maternità surrogata nella propria nazione, ma richiede solo di riconoscere ai bambini eventualmente nati in altri Stati da coppie gay o da maternità surrogata gli stessi diritti che hanno gli altri bambini. L’idea è appunto armonizzare il diritto degli Stati membri per fare in modo che un bambino che ha un diritto in una nazione non lo perda se per caso va in un’altra. Ad esempio un bambino che è figlio di una coppia gay regolarmente residente e sposata in Spagna, dovrebbe secondo Bruxelles essere considerato come figlio di entrambi i genitori anche nel caso la famiglia si trasferisse in Italia.

Il diritto dell’Unione prevede già che la filiazione accertata in un Paese sia riconosciuta in tutti gli altri per alcuni scopi come accesso al territorio, diritto di soggiorno, non discriminazione rispetto ai cittadini nazionali, ma lo stesso non vale per i diritti conferiti dal diritto nazionale. Il regolamento della Commissione, presentato lo scorso dicembre, consentirebbe ai figli di beneficiare in situazioni transfrontaliere dei diritti in materie quali la successione, i diritti alimentari o il diritto dei genitori di agire in qualità di rappresentanti legali del minore per motivi di scolarizzazione o di salute. Insomma non si obbligherebbe certo l’Italia a riconoscere il matrimonio per le coppie omosessuali o a dare loro il diritto all’adozione, ma se una coppia gay sposata in Spagna e con un figlio, dovesse trasferirsi in Italia, a entrambi i genitori dovrebbe essere riconosciuto, ad esempio, il diritto di andare a prendere il piccolo a scuola e di interagire con i suoi insegnanti. Allo stesso modo al bambino dovrebbe essere riconosciuto il diritto di ereditare una eventuale casa di uno dei due genitori.

Lo stesso vale per la maternità surrogata, pratica che, bisogna ricordarlo, è comunque illegale nella gran parte degli Stati. Questa pratica è consentita o comunque tollerata solo in alcuni dei Paesi membri dell’Ue, come ad esempio in Belgio o Olanda, ma solo nel caso in cui la madre che mette a sua disposizione l’utero per la gravidanza non lo faccia in cambio di soldi ma solo per spirito di solidarietà. Il regolamento della Commissione anche in questo caso non obbligherebbe il nostro Paese a riconoscere in alcun modo la maternità surrogata in sé, ma solo a riconoscere a un bambino nato da cittadini europei di un’altra nazione o residenti in un’altra nazione, in cui questa pratica è consentita. 

Nel discorso sullo stato dell’Unione del 2020, la Presidente della Commissione von der Leyen ha dichiarato che “chi è genitore in un paese, è genitore in tutti i paesi”. Con questa frase la presidente si riferiva alla necessità di garantire che la filiazione accertata in uno Stato membro sia riconosciuta in tutti gli altri Stati membri a tutti gli effetti. 

I cittadini dell’UE possono vivere e lavorare in diversi paesi dell’Unione: viaggiano, si spostano per motivi di lavoro, acquistano case, fondano famiglie. Attualmente gli Stati membri hanno legislazioni diverse in materia di riconoscimento della filiazione, cosicché in una situazione transfrontaliera una famiglia potrebbe perdere i diritti derivanti dalla filiazione ai sensi del diritto nazionale. Il mancato riconoscimento della filiazione mette a rischio i diritti fondamentali dei figli, compreso il loro diritto all’identità, alla non discriminazione e alla vita privata e familiare.

Dopo la bocciatura in Senato, la Commissione europea per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni “Stato di diritto 2022 – Situazione dello Stato di diritto nell’Unione europea” ha approvato un emendamento di censura del governo italiano

«Emendamento 9 bis. condanna le istruzioni impartite dal governo italiano al comune di Milano di non registrare più i figli di coppie omogenitoriali; ritiene che questa decisione porterà inevitabilmente alla discriminazione non solo delle coppie dello stesso sesso, ma anche e soprattutto dei loro figli; ritiene che tale azione costituisca una violazione diretta dei diritti dei minori, quali elencati nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989; esprime preoccupazione per il fatto che tale decisione si iscrive in un più ampio attacco contro la comunità LGBTQI + in Italia; invita il governo italiano a revocare immediatamente la sua decisione»

RED

PD Varese